Falcone Borsellino dieci anni di solitudine

USCITA: 4 marzo 2024

PAGINE: 230

FORMATI: brossura

ISBN: 979-12-81503-07-6

Collana: Diamonds

Prezzo: € 20,00

AUTORE: Giomarria Monti

GENERE: Biografia

TIPOLOGIA

Biografia con testimonianze e contributi audio

SINOSSI

“Non vi è dubbio che Giovanni Falcone fu sottoposto a un infame linciaggio, prolungato nel tempo, proveniente da più parti.” Lo scrive la Corte di Cassazione nella sentenza del 2004 sul fallito attentato all’Addaura, quello che, nei salotti di Palermo, si diceva che Falcone si fosse organizzato da solo per farsi pubblicità. Le calunnie, le umiliazioni, gli ostacoli durarono per dieci anni, verso Falcone e verso Paolo Borsellino. I documenti raccolti in questo libro lo testimoniano, insieme al racconto di Maria Falcone e Rita Borsellino, di Leonardo Guarnotta, Giuseppe Ayala, Alfonso Giordano. La mafia uccide in tre tempi: prima isola, poi delegittima, alla fine usa il tritolo. Esattamente quello che capitò ai due eroi di un Paese senza memoria, sui quali in molti dovrebbero tacere. Oggi sono tutti “amici di Giovanni e Paolo”. La lettura di queste carte aiuta a capire chi può dirlo davvero. E chi no.

ESTRATTI

Rita Borsellino
Maria Falcone
Anonimo Palermitano

Paolo non amava molto parlare dei suoi disagi. Cercava sempre di evitare che noi familiari ci preoccupassimo e che soffrissimo anche di quello di cui lui sicuramente soffriva. Ma noi lo conoscevamo troppo bene per non avere sentore di quelli che erano i suoi umori. Qualche volta si lasciò sfuggire dei commenti amari sulle situazioni che viveva. Come agli inizi, quando si formò il pool antimafia. Lui e Giovanni iniziarono a lavorare a ritmi micidiali e Paolo raccontava che i colleghi quasi li prendevano in giro. Quella presa in giro non sempre era divertente, spesso era malevola, perché il loro esempio poteva sottolineare che altri non lavoravano allo stesso modo, con lo stesso impegno. E questo li faceva soffrire molto entrambi. Ricordo con quanta amarezza Paolo ogni tanto mi diceva di aver dovuto cancellare dal novero dei suoi amici persone, con le quali riteneva di non poter più avere rapporti. Il suo isolamento, come quello di Giovanni, era un isolamento che arrivava dalle istituzioni, ma anche, spesso, dalla società. Quando dico le istituzioni penso però anche che ci sono stati uomini dello Stato che gli sono stati vicino, altrimenti Paolo e Giovanni non avrebbero potuto realizzare quello che hanno fatto. Ci sono stati anche altri che, pur non prendendo apertamente le distanze...

Quando si pensa a Giovanni Falcone a venticinque anni dalla strage di Capaci, normalmente si ritorna indietro con il pensiero per ripercorrere i tragici momenti della sua morte. Molti sicuramente lo ricordano ancora oggi per il rigore delle sue indagini e per l’ampia conoscenza del fenomeno criminale mafioso, riconoscendogli, anche a livello internazionale, la grande professionalità e il merito di avere scoperto cosa significasse Cosa nostra.

Pochi invece rammentano i momenti più tragici della sua vita e gli attacchi subiti anche da chi riteneva amico e il grande isolamento in cui fu costretto a vivere e che rese ancora più pericolosa la sua vita. Io ho vissuto quei momenti e ricordo continuamente le tante battaglie perdute, i tanti momenti di sconforto che non riuscirono comunque mai a farlo fermare. Sono, quindi, grata a Giommaria Monti perché ci ripropone una meditazione sui momenti difficili dell’attentato dell’Addaura e sulle campagne denigratorie che precedettero e seguirono quel tremendo 21 giugno 1989. Fu uno dei momenti più difficili della vita di Giovanni, forse perché, in quella occasione, ebbe la netta percezione che dietro l’attentato ci fossero quelle “menti raffinatissime” che avevano deciso la sua fine. Dovevano screditarlo prima nella sua immagine pubblica di magistrato integerrimo e poi ucciderlo materialmente, credendo così di diminuire l’impatto emotivo che l’attentato avrebbe suscitato nell’opinione pubblica. La motivazione della sentenza del fallito attentato dell’Addaura mette chiaramente in evidenza tutti i lati oscuri di questa tremenda vicenda, descrivendo una serie di collegamenti tra Cosa nostra e i settori deviati della politica e dell’alta finanza. Se tale situazione viene ipotizzata, nelle linee generali non emergono, dalla sentenza, nomi ben precisi per cui, chiaramente, giustizia non è ancora stata fatta, così come non si potrà dire di aver condannato gli assassini di Giovanni Falcone sino a quando...

Sarà sicuramente una coincidenza, ma i momenti più alti di tensione a Palermo si sono consumati durante l’estate, tra maggio e settembre. Ogni anno in questo arco temporale sono stati commessi i delitti e le stragi di mafia più eclatanti e si sono accese le faide all’interno del palazzo di giustizia di Palermo. Come ha intuito il regista Pif, la mafia uccide d’estate. Anche l’inverno, però, non scherza: Falcone, sostiene Caponnetto,cominciò a morire nel gennaio del 1988 quando, con la nomina di Antonino Meli a Consigliere istruttore, lo Stato da un lato diede un segnale preciso a Cosa nostra sminuendo il ruolo di Falcone, il più esperto conoscitore del fenomeno e dall’altro di fatto polverizzò il patrimonio investigativo del pool. Da allora fu un crescendo contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. I loro nemici non avevano più bisogno di stare nell’ombra: potevano contare su appoggi istituzionali, su potenti giornali, su raffinati garantisti.

L’estate del 1989 è stata il momento in cui Cosa nostra è riuscita a toccare con mano Falcone, a lambirlo e quasi a sopraffarlo. E forse non solo Cosa nostra. La mattina del 20 giugno di quell’anno, Giovanni Falcone si trovava in una villetta presa in affitto nel golfo di Mondello, sulla scogliera dell’Addaura, alla periferia di Palermo. Con lui erano presenti due colleghi svizzeri, Carla Del Ponte e Claudio Lehman, impegnati in una inchiesta sul narcotraffico. Con loro Falcone stava battendo la pista del riciclaggio del denaro di Cosa nostra e, forse, non solo di quello. A mezzogiorno, un agente della scorta notò, nel punto della scogliera in cui il giudice faceva in genere il bagno, una grossa borsa da sub. Era piena di esplosivo con un dispositivo telecomandato. Il caso evitò la strage. Giovanni Falcone capì subito di che si trattava...

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